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Ðóññêèé          English

I baroni d’acciaio

Die Stahlbarone

Capitolo 1

        Nel momento in cui le bianche porte metalliche si richiusero con un tonfo dietro a Jack, egli capi’ di avere due grossi problemi. Primo, spiegare in qualche modo a sua moglie Julie come fosse finito rinchiuso in una lurida clinica ucraina per malattie veneree. Secondo, Jack non aveva alcuna intenzione di perdere il suo lavoro presso Windsor Porter & Gump. Doveva solamente trovare un alibi credibile, come gli era stato insegnato alla scuola di diritto; un alibi che gli avesse consentito di tirarsi fuori da tale situazione.
        Jack si volto’ verso la porta e la colpi’ con quanta forza aveva. “C’e’ stato un errore! Non posso stare qui! Avvertite l’ambasciata americana!”. Nessuna risposta.
        “Sei americano?” Jack si volto’ e vide un piacevole uomo sulla trentina con una discreta pancetta. Amichevole, sembrava contento di avere la possibilita’ di praticare il suo inglese. “E non puoi stare qui?”.
        “Si tratta di un equivoco” grido’ Jack.
        “Non hai la sifilide?”.
        “Per Dio, no!”.
        “E hai una moglie?” Il giovane lancio’ un’occhiata all’anello dorato sul dito di Jack.
        “Julie. Si chiama Julie. Gesu’, come ho potuto essere cosi’ stupido?”.
        “Non e’ giusto, vero? Trenta giorni solamente per una scopata?”.
        “Che stai dicendo? Che trenta giorni?”
        “Il dottore non ti ha spiegato le regole?”
        “Non parlava neppure inglese! Quali regole?”
        “Chiunque abbia la sifilide deve essere sottoposto a quarantena per trenta giorni,” spiego’, “per evitare la diffusione del contagio. E’ infettiva, lo sai.”
        “Ma non ho la sifilide,” protesto’ Jack.
        “Tutto dipende dal dottore che ti visitera’. Se sospettano che tu abbia la sifilide, starai qui per trenta giorni, non c’e’ scampo. E’ la regola. Inoltre, una volta entrato nel gioco, non ti lasceranno uscire facilmente.”
         Il giovane alzo’ le spalle e si sdraio’ sulla sua branda. Attento a non scambiare occhiate coi compagni di reclusione, Jack si diresse verso una branda libera vicino a lui.
        “A proposito, io sono Sergei. Come ti chiami?”
        “Jack. Jack Parker.”
        “Benvenuto in Ucraina, Jack Parker.”
        “Non ci credo che stia capitando a me”, brontolo’.
        Confuso e impaurito, Jack pote’ a stento trattenersi dal piangere. E Julie, che aspettava la solita telefonata mattutina come sveglia, orario di New york? O il suo capo, che l’aveva chiamato di notte per verificare i progressi del suo progetto favorito? Cosa avrebbe detto l’avvocato del Ministero del fatto che Jack non si sarebbe presentato all’appuntamento domani? Jack si sfrego’ le tempie.
        Si guardo’ intorno per cercare una via di fuga. L’ampia stanza rettangolare era occupata da due file di brandine militari e comodini, cinque su ogni lato. Spesse sbarre metalliche, fissate alle finestre, confermavano che non vi era una facile via di fuga. Una lampadina solitaria pendeva da un cavo elettrico nel mezzo del soffitto. Profonde crepe si diramavano sul soffitto come un’enorme ragnatela.
        In tutto Jack conto’ otto persone, rappresentanti tutte le eta’ ed i gruppi demografici. Riconobbe facilmente tre alcolizzati dal loro aspetto, con le classiche borse sotto gli occhi, i gonfi nasi rossi e le profonde rughe, simili ai loro compari newyorchesi. Altri due pazienti, seduti sulle loro brande nell’angolo, erano molto giovani, temprati bambini di strada con le teste rasate e quelle tipiche piccole, secche, facce adulte. Il resto era costituito da semplici uomini di mezza eta’, dai capelli brizzolati.
        Jack dedusse dai loro abiti che i suoi compagni di reclusione dovevano trovarsi li’ da parecchio tempo: le vecchie, logore tute, gli accappatoi stropicciati, le pantofole da camera, tutte cose che una persona indosserebbe nella comodita’ del proprio appartamento. In netto contrasto, lui indossava ancora la sua camicia bianca, un abito blu spigato Zegna, con una cravatta rossa di seta e lucide scarpe Church. Non sopravvivero’ in alcun modo, penso’ Jack, lanciando occhiate preoccupate agli altri pazienti.

Capitolo 2

        Il mattino seguente l’umore di Jack era stabile, ma profondamente depresso. Gli incubi del giorno precedente riapparvero fin dal momento in cui apri’ gli occhi. La lampadina polverosa, appesa al cavo solitario nel mezzo del soffitto, ricordo’ a Jack che si trovava ancora in prigione. Aiutandosi coi gomiti Jack si sollevo’ dal materasso, proprio nel momento in cui due grossi infermieri, in camice e mascherine bianchi, stavano iniziando ad iniettare ad un vecchio alcolizzato la sua dose giornaliera di medicina.
        “Non tentare di opporre resistenza,” suggeri’ tranquillamente Sergei. “Altrimenti ti impaleranno su quell’ago, i sadici.”
        “Antibiotici, vero?” affermo’ Jack.
        “In gran parte diluiti, conoscendo queste bestie, ma in linea di massima si’.”
        Mezz’ora dopo le iniezioni, una giovane infermiera con una maschera bianca apri’ la porta ed un carrello metallico pieno di vassoi penetro’ nella stanza, apparentemente da solo. La ragazza non oso’ entrare nella zona contaminata. Chiuse in fretta la porta e lascio’ i pazienti a servirsi da soli. Sergei si avvicino’ e prese due vassoi di alluminio. Ne porse uno a Jack. “Questo e’ cio’ che abbiamo” disse.
        Jack lancio’ un’occhiata alla pappa giallognola per un momento, cercando di capire di cosa si trattasse. “Assomiglia alla polenta”, disse.
        “Dovrebbe essere porridge”. Sergei affondo’ il cucchiaio nella pappa.
        “Non ho mai visto nulla di simile prima. Lo danno ogni mattina?”
        “La stessa schifezza, ma di diversa consistenza. Dipende dal cuoco. A volte ruba di piu’ e a noi ci danno una schifezza diluita. Altre volte ruba di meno, come oggi, e ce ne danno una piu’ solida”.
        “Capito”. Jack la assaggio’ con esitazione. La materia bozzolosa gli si incastro’ all’interno della bocca come colla.
        Avendo lo stesso problema, Sergei indico’ il tiepido liquido color sabbia. “Bevi del te” disse, “altrimenti questa schifezza ti si incollera’ all’intestino”.
        “Grazie”. Sergei aveva ragione: il te sciolse la pappa, permettendo a Jack di ingoiare la colazione in piccole porzioni. “Dimmi, dunque, com’e’ che sai l’inglese cosi’ bene?”
        “ Non solamente l’inglese, ma anche polacco, tedesco ed un po’ di ungherese. Nominami un qualunque paese dell’est Europa che abbia un mercato nero ed io posso parlarne la lingua”.
        “Come si dice: fatemi uscire di qui?” Jack osservo’ le spesse sbarre metalliche alle finestre.
        “E’ inutile” sbadiglio’ Sergei.”Le ho provate tutte con loro. Non e’ consentito neppure usare un telefono”.
        “Merda”. Jack era arrabbiato con se’ stesso, terrorizzato che il suo piccolo sporco segreto potesse raggiungere in qualche modo Julie. Allo stesso tempo si sentiva profondamente indifeso di fronte alla perdita di controllo sul suo mondo.
         Alle tre di pomeriggio apparve la stessa giovane infermiera con la sua mascherina bianca.  Trascino’ fuori con cautela il carrello del mattino e lo sostitui’ con un altro. Jack si alzo’, prese due vassoi e ne porse uno a Sergei.
        “Ci stanno rovinando”. Il sarcasmo di Sergei capitava a proposito: sul suo piatto vi era una strisciolina di carne grigiastra, spessa quanto una fetta di bacon, alcuni cucchiai di un cereale scuro simile a grano saraceno ed una fetta di pane scuro secco.
         La carne grigiastra stracotta assomigliava a caucciu’, impossibile da masticare nonostante la sua sottigliezza e assolutamente insapore. I secchi grani del cereale raspavano la gola di Jack come carta vetrata. D’istinto Jack prese un bicchiere mezzo pieno di uno strano liquido rosaceo, dall’odore dolciastro e con misteriosi sedimenti sul fondo. Esitando, guardo’ Sergei in cerca di una spiegazione.  
        “Dev’essere compote*” indovino’ Sergei. Alzo’ il bicchiere verso la luce. “O quello o ruggine. A volte il cuoco si dimentica di filtrare l’acqua. La ruggine proviene dalle tubature”.
        “Non m’importa” disse Jack, bevendo. Il compote rugginoso sapeva di acqua al gusto di pesca con un retrogusto metallico, confermando i sospetti di Sergei. Guardando fuori dalla finestra attraverso le sbarre metalliche , Jack poteva vedere persone sulla strada in attesa dell’autobus che li avrebbe riportati a casa. Ancora ventinove giorni di questo inferno, penso’, e poi?
        La lampadina sovrastante si spense alle nove in punto, indicando la fine della prima intera giornata passata da Jack in prigionia. Ben presto gli alcolizzati iniziarono a russare con brevi esplosioni, a tratti violente e rumorose. Il suono successivo fu un respiro decisamente piu’ aggraziato da parte degli uomini di mezza eta’. Seguito dal regolare, pesante respiro dei bambini di strada. Jack fu l’ultimo ad addormentarsi nel mezzo della sinfonia dei sifilitici.

Capitolo 3

        Solo una settimana prima, Jack Parker sedeva in un assolato ufficio nel centro di Manhattan. Dal sessantaquattresimo piano Jack guardava, al di la’ della faccia sorridente del suo superiore, Gerald Windsor III, il panorama cittadino. La mattina era particolarmente piacevole in quanto Jack si aspettava di sentire che sarebbe stato promosso da senior associate a junior partner. I partner di Windsor Porter & Gump erano appena tornati dall’annuale ritiro d’agosto negli Hamptons, dove verificavano le valutazioni di tutti gli associati. Il momento era perfetto.
        Il percorso professionale di Jack durante sette anni presso Windsor Porter & Gump non poteva che evidenziare la sua idoneita’ alla partnership: era entrato nello studio subito dopo Seton Hall e aveva lavorato come un folle per Gerald, diventandone il braccio destro. Con una media di sessantacinque ore retribuibili per settimana e solamente due brevi periodi di ferie, Jack sentiva che la sua partnership era addirittura tardiva. Parecchie volte Julie si era lamentata del fatto che la sua carriera fosse piu’ importante del loro matrimonio, dato per scontato. Alla fine, i suoi sforzi sarebbero stati premiati.
        “Ho ricevuto una telefonata da un nostro cliente, GPK Telecommunications, ieri” disse Gerald.
        La confidenza di Jack aumento’. Erano il maggior cliente dello studio ed avevano apprezzato il suo lavoro in passato. Era un ottimo inizio. “Ottime persone”, Jack sorrise con modestia.
        “Vi e’ un tender del governo per l’installazione di cavi a fibre ottiche e GPK vuole parteciparvi. Hanno bisogno di un buon avvocato nel settore societario per negoziare i termini e firmare l’accordo. Hanno espressamente chiesto di te”.
        “Ne sono lusingato”.
        “E fai bene. Prenditi un paio di giorni per dare un’occhiata alle carte e tienti pronto a partire sabato. Ti incontreranno domenica, ora locale”.
        I pensieri di Jack erano fissi alla sua imminente promozione, che Gerald non aveva ancora menzionato, e ci mise un paio di secondi a realizzare che Gerald lo stava incaricando di un lungo viaggio. “Dove mi state mandando esattamente, Gerald?”.
        “In Ucraina”, rispose Gerald serio.
        “State scherzando”. L’apprensione nella voce di Jack era genuina, perche’ sapeva che Julie avrebbe provocato un altro scandalo. “Devo parlarne con mia moglie, prima. Altrimenti, potrebbero esserci problemi”.
        “Senti, Jack, si tratta di una transazione molto importante per il nostro cliente”. Gerald fece una pausa, poi aggiunse “inoltre, questo e’ confidenziale, quindi deve rimanere in questa stanza, d’accordo?”.
        “Certo, Gerald”.
        “Possiedo alcune azioni nella GPK e questo affare puo’ essere molto lucrativo. Quindi, se lo concludi, mi accertero’ che il Comitato Direttivo ti nomini partner”.
         Eccoci al punto. Un ultimo ostacolo da superare. “Possiamo metterlo per iscritto?” chiese Jack quasi per scherzo.
        “Voi avvocati siete tutti uguali”. Gerald prese un sigaro, un autentico cubano Cohiba. “Concludi l’affare e mi prendero’ cura di te”.
        “Grazie, Gerald. Per me va bene”.
        “Adesso verifica questi documenti e fai buon viaggio”. Gerald consegno’ a Jack due dossier che occupavano un angolo della sua scrivania. “E salutami tua moglie”.

* * *

        Jack fu l’ultima persona ad uscire dalla zona doganale all’aeroporto Borispol di Kiev. Vedeva persone che reggevano cartelli con scritte in uno strano alfabeto. Una delle persone nella sala d’attesa reggeva un cartello con su scritto JACK PARKER.  Aveva circa quarant’anni, con spessi baffi neri, vestito di un semplice abito marrone. Jack indico’ il cartello e disse “sono io”.
        “Piacere di conoscerla, Mr. Jack”, rispose l’altro in un inglese passabile. “Mi chiamo Igor, sono il vostro autista. Desidera andare in albergo o direttamente al Ministero?”.
        “All’albergo”, rispose Jack senza esitazione. Era stato seduto per nove ore. “E’ stato un viaggio faticoso”.
        Igor ammicco’ benevolo. “Capisco, Mr. Jack. Mi dia la sua valigia e mi segua”.
        Uscirono dall’aeroporto in uno stupendo pomeriggio di inizio autunno. Il sole sfavillante contrastava col blu scuro del cielo, gli alberi agitavano le loro chiome mosse da una brezza balsamica. Era una gioia poter finalmente respirare aria fresca.
        Il viaggio duro’ circa quaranta minuti secondo l’orologio di Jack, anche se sonnecchio’ per gran parte del tempo. Si sveglio’ nel momento in cui Igor si fermava davanti ad un’alta costruzione di vetro e cemento con la scritta a lettere d’oro “Hotel Intourist” sull’entrata. Da impeccabile autista qual era, Igor aiuto’ Jack ad uscire dalla sua Volga nera ministeriale e lo fece sedere su una poltrona di cuoio usurato nella hall dell’albergo, mentre lui compilava le carte per il check-in. “Desidera qualcos’altro?” chiese l’autista.
        “No, grazie, Igor. A che ora ci incontriamo domani?”.
        “Alle nove va bene?”
        “Perfetto”.
        Nell’ascensore dell’albergo, Jack non vedeva l’ora di sdraiarsi su un letto enorme e magari dare un’occhiata alla CNN, prima di addormentarsi. La realta’ risulto’ un po’diversa: la modesta stanza conteneva un piccolo lettino, situato contro il muro ed un televisore da 19 pollici degli anni ’70. Il letto era appena sufficiente a contenere un adulto e la televisione non funzionava. Tuttavia la mancanza di comfort non lo preoccupo’. Distrutto, Jack cadde sul letto e chiuse gli occhi. Per qualche strano motivo, pero’, non riusci’ a rilassarsi. Il suo stato d’animo era esaltato dal fatto di trovarsi in un paese straniero, ex-comunista, sul punto di guadagnarsi la tanto attesa partnership. In fondo al corridoio udi’ lo scroscio di una toilette. Con tale piacevole acustica, Jack aveva bisogno di un paio di drink che lo aiutassero ad addormentarsi.
        Il bar dell’hotel Intourist si trovava nell’interrato. Candele brillavano romanticamente sui tavoli in scomparti privati allineati lungo le pareti. Per garantire il massimo della privacy, gli scomparti erano separati da alti tramezzi rivestiti di cuoio. L’unica luce proveniva da lampade alogene che illuminavano quattro file di bottiglie allineate sulle mensole di vetro dietro al bancone. Jack si avvicino’al barman, un ometto paffuto sulla quarantina, seduto su una sedia che leggeva un giornale.
        “Un gin e tonic, per favore”, chiese Jack.
        “Non abbiamo tonic”, rispose il barman in un inglese con un forte accento. “Solamente Seven Up”.
        “Va bene”.
        Il barman verso’nel bicchiere molto piu’gin di quanto avrebbe versato qualunque barman a Manhattan. “Da dove viene?” chiese.
“New York”. Jack era contento di poter parlare con qualcuno, ma il barman riprese il suo giornale e continuo’a leggere.
        Sorseggiando il forte coktail, la mente di Jack comincio’ad annebbiarsi. Ad occhi chiusi, rivedeva il suo ufficio, il corridoio che conduceva all’ascensore, il terminal all’aeroporto JFK. Ad un tratto una voce melodica gli chiese soffusamente: “mozhno s vami pogovorit?”. Di colpo Jack apri’gli occhi e si trovo’di fianco un’affascinante bionda dagli occhi blu. Era un po’ piu’ bassa di Jack, con un piccolo viso triangolare e capelli lunghi sulle spalle.
        I suoi piccoli seni sodi si stagliavano nell’angolo del proprio occhio. Jack si imbarazzo’, avendo essa colto il suo sguardo, ma la ragazza gli sorrise, perdonando la piccola mancanza di etichetta. A New York, quelle donne emancipate non te l’avrebbero fatta passare liscia, penso’ Jack.
        La testa della ragazza era leggermente piegata di lato in maniera frivola. “Posso parlare con lei?”, ripete’, questa volta in inglese.
        Seduto li’, non sbarbato ed esausto dal lungo volo, Jack realizzo’ che doveva puzzare anche di gin. Anche ai tempi del suo celibato, quando ancora non era sposato con Julie, le ragazze non l’avevano mai trovato attraente, perche’era un normale avvocato, alto 1,70, capelli castani e occhialini alla Lennon; non certo l’adone dai forti addominali che tutte le giovani desideravano. Considerando il suo aspetto, Jack si senti’lusingato che questa ragazza ucraina, cosi’attraente, desiderasse trascorrere del tempo con lui.
        “Assolutamente”, disse Jack. Essa struscio’accidentalmente sulle sue gambe e si sedette al bancone di fianco a lui. Jack cerco’di scostare lo sguardo dalla maglia scollata, che evidenziava i capezzoli, prima che la ragazza lo potesse scorgere di nuovo. La loro forma gli fece aumentare le pulsazioni per l’eccitazione, anche se sapeva che nulla di sessuale sarebbe potuto accadere tra di loro. Semplicemente, non era possibile essere cosi’fortunato al primo appuntamento; non era mai successo prima, in tutta la sua vita. Inoltre, era sposato con Julie, che non l’avrebbe mai perdonato.
        L’adorabile angelo biondo indico’ un separe’d’angolo, occupato da altre due giovani ragazze e disse:” le mie amiche vogliono invitarti da loro. Vuoi venire?”. Entrambe le ragazze stavano guardando nella loro direzione e una di loro saluto’, ma Jack aveva un incontro importante la mattina seguente. Tutto cio’che Jack desiderava prima di andare a dormire, era una breve chiaccherata con la biondina.
        “No, grazie. Sono appena arrivato da New York e sono stanco”. Per qualche strana ragione, trovandosi in un bar straniero con una bella ragazza, ad ogni sorsata del suo drink Jack si senti’ di minuto in minuto piu’affabile ed internazionale.
        “Interessante. Mi offri una bibita? E alle mie amiche, anche”.
        Jack sorrise. “Solo a te”.
“Cognac, Misha”, ordino’la ragazza al barman, in modo familiare, “Dva stakana po sto”. Il barman prese dalla mensola in alto la bottiglia piu’lucida e costosa, ma Jack non vi fece caso. Era in viaggio d’affari e il cliente pagava per tutte le spese. Il barman verso’due massicce dosi di un liquido color del te in boccali da cognac e li poso’ sul bancone.
        “Perche’ due?” chiese Jack.
        “Per te”. Gli porse uno dei bicchieri.
        “Sto bevendo gin”, protesto’, “e’ troppo per me, veramente”.
        “Non troppo”, sorrise la ragazza. “non per un vero uomo. Neppure per una donna e’troppo. Na zdorovye!”. Bevve l’intero bicchiere di cognac in poche sorsate ed espiro’profondamente. Naturalmente, Jack fece lo stesso, perche’altrimenti, agli occhi della ragazza, non sarebbe apparso come un vero uomo. Stranamente, non vomito’.
        Alcuni minuti dopo, l’alcool acutizzo’in Jack le sensazioni in maniera chiara e forte: questa ragazza e’stupenda. Inoltre, i suoi occhi lanciavano benzina sul fuoco. Posso divorarti, dicevano, senza necessita’che la ragazza aprisse bocca. Il modo in cui essa lo guardava, con la bocca leggermente socchiusa, gli provocava brividi lungo la schiena. C’era una certa deliziosa, libidinosa elettricita’intorno a lei.
        Hey, dopotutto puo’essere che non si tratti di un flirt a vuoto, penso’Jack. Forse ho una possibilita’con lei stanotte. Un ulteriore occhiata al suo corpo perfetto e a quelle gambe slanciate da ballerina lo mandarono in orbita. Non si rende neppure conto di quanto e’ bella, penso’. I suoi seni formosi, sodi, assomigliavano a due palle da tennis; la vita sottile era in perfetta proporzione col resto del suo splendido corpo. E’un’occasione irripetibile, Jack si disse. Inoltre, Julie non sarebbe mai venuta a saperlo, quindi che male c’e’?
        La gattina si rese conto in qualche modo della sua improvvisa debolezza. Sfruttando l’occasione, essa sorrise e in maniera seducente inarco’un sopracciglio, come per chiedere: facciamo qualcosa o no? Jack inspiro’profondamente e prese la sua delicata mano tra le sue, proprio come fanno gli attori in quegli stupidi film romantici. Uscirono dal bar dell’Intourist senza scambiarsi altre parole, benche’Jack avesse problemi a stare in equilibrio. Era bello e terribile allo stesso tempo.

Capitolo 4

        La prima conseguenza dell’interludio di Jack con la splendida bionda apparve la mattina seguente, quando comincio’a vestirsi. Il portafoglio, che aveva appositamente lasciato nella tasca interna della giacca, era scomparso. Tale scoperta lascio’un retrogusto amaro nella bocca di Jack, a conferma di quanto aveva sospettato: la ragazza era stata attratta dal suo denaro, non dal suo aspetto. I suoi ricordi di sesso selvaggio svanirono in un istante.
        Questa sfortunata svolta degli eventi comporto’il fatto che Jack non aveva denaro o carte di credito per il restante periodo delle negoziazioni. Nonostante cio’, rimase calmo, sicuro del fatto che ne’Gerald, ne’Julie sarebbero mai venuti a conoscenza delle circostanze in cui il suo portafoglio era sparito. Ogni minuto vengono rubati portafogli, Jack avrebbe facilmente spiegato. Julie avrebbe fatto cancellare tutte le sue carte di credito e gli avrebbe inviato del denaro in poche ore. Nel momento in cui arrivo’al Ministero delle Telecomunicazioni, fu certo che il suo piccolo sbandamento sarebbe rimasto un segreto.  
        La seconda sorpresa apparve alcuni giorni piu’tardi, quando Jack provo’una spiacevole sensazione di prurito, dopo un ennesimo turno di negoziazioni. Tornando all’hotel, accomodatosi sul sedile posteriore della Volga nera di Igor, un pensiero terribile si insinuo’nella sua testa: e se l’attraente serpente biondo gli avesse passato qualche spiacevole malattia? Inizio’a sudare freddo.
        Le maledette negoziazioni sarebbero potute finire in qualunque momento, penso’Jack nervoso, ma gli antibiotici richiedono tempo e pazienza. Tutto divento’immediatamente chiaro: aveva bisogno di potenti antibiotici adatti ad ogni malattia, e, preferibilmente, subito. Anche avesse avuto parecchie malattie veneree, sicuramente la medicina moderna avrebbe potuto debellarle prima che potesse contagiare Julie.
        “Hey, Igor” chiese Jack innocentemente, “mi puoi aiutare in una questione personale?”.
        “Certo, Mr. Jack”, rispose pronto l’autista. “Qualunque cosa per i soldi”.
        “Conosci un ospedale a Kiev?”.
        “Per cosa?”.
        “Per problemi maschili. Capisci? Problemi dell’uomo”.
        Dall’espressione di pena sul volto di Jack e dall’urgenza disperata della sua voce, Igor comprese perfettamente la situazione. Sterzo’con vigore a destra, deviando dal percorso abituale.
        “Non si preoccupi, conosco un dottore di fiducia”.Igor guardo’nello specchietto retrovisore e aggiunse “ha in cura tutti i miei amici ed alcuni di loro sono ancora sposati”.
         Questa svolta fu di grande sollievo. “Grazie, Igor. La cosa piu’ importante e’che nessuno venga a saperlo”.
“Si fidi di me” lo rassicuro’Igor, “so come si sente”.
         Ogni sobbalzo sulla pavimentazione di porfido provocava una spiacevole sensazione all’interno di Jack, a riprova del fatto che l’unica notte romantica a Kiev si era trasformata in un incubo. Attualmente, Jack sentiva le punture e le frecce del nemico silenzioso che si stava insinuando su per la sua uretra.
        Finalmente, Igor parcheggio’l’auto di fronte ad un grigio, squallido edificio in Podol , la parte bassa di Kiev. “Siamo a casa”, scherzo’. “Questo e’ il policlinico numero sette”.Quando Jack entro’nel buio corridoio, noto’che l’ospedale era diverso da tutti quelli in cui era stato in precedenza. La vernice sui muri del lungo corridoio era scrostata e a brandelli. La stretta panca di legno, poggiata lungo la parete, era occupata da tre uomini ed una donna. La donna aveva una macchia scura sotto l’occhio sinistro.
        “Aspetti qui”. Igor indico’ la panca e scomparve nei meandri del corridoio. Le persone sedute sulla panca osservarono Jack, e a  ragione. In contrasto coi loro consunti abiti spiegazzati, lui era vestito in giacca e cravatta, all’occidentale. In un primo momento, Jack provo’ imbarazzo, poi penso’, che mi importa di cosa pensano? Presto Igor mi portera’ gli antibiotici e non li rivedro’ mai piu’. Alcuni minuti dopo apprve Igor, scuotendo la testa frustrato.  
        “Cosa c’e’?” Jack si aspettava la peggior notizia possibile: non si potevano dare antibiotici a stranieri colpiti da gonorrea.
        “Il dottore la visitera’ tra qualche minuto. Ho fatto un accordo speciale, per cui non dovrete attendere in fila”, disse cupo.
        “Oh, grazie a Dio! E io pensavo...”
        “Il problema e’ che non conosco questa dottoressa personalmente. E’ nuova”.
        “Non importa” Jack sospiro’sollevato “purche’mi visiti”.
        “Potrei fare alcune telefonate e vedere se riesco a contattare un altro dottore, ma richiedera’ un po’ di tempo...”.
        “No, questo va bene”, insiste’ Jack, grattandosi il perineo. “Vediamo di finire la cosa”.
        “Come vuole”. Igor scrollo’le spalle. “Mi segua, per favore”.
         La dottoressa era una donna stanca, che aveva da parecchio superato la giovinezza. I suoi unti capelli giallastri erano raccolti con un elastico e su un grosso neo marrone sul mento spuntavano tre distinti peli neri. Essa affronto’Jack nel suo camice bianco e disse, scorbutica, “snimite vashi shtany”. Ed indico’la cerniera. Dallo sguardo disgustato della dottoressa, Jack intui’che non aveva piu’alcuna voglia di vedere organi genitali.
        “Ha detto di togliersi...” Igor inizio’a tradurre, ma Jack lo interruppe prima che potesse finire la frase.
        “Mi puo’aspettare fuori, per favore?”.
        “E’ sicuro di non volere che rimanga? Per tradurre?”.
        “Penso che la dottoressa riesca da sola a capire cosa c’e’che non va”, rispose Jack secco, vergognandosi di mostrare le sue parti intime di fronte ad un altro uomo.
        “Come vuole”, disse Igor. Assicuratosi che la porta era chiusa, Jack si sfilo’lentamente i pantaloni e li lascio’scivolare fino alle caviglie.  
        “Trusy!”. La dottoressa abbaio’un ordine, indicando con impazienza le sue mutande, e Jack le abbasso’fino alle ginocchia, mettendo in evidenza il suo fragile e raggrinzito membro. Nudo dalla cintola in giu’e con ancora indosso la bianca camicia inamidata, giacca e cravatta, penso’: tutto cio’ e’indecente, che mi serva da lezione per aver tradito Julie. 
        “Vashi dokumenti, pozhalusta”. La dottoressa guardo’la fede di Jack e sorrise con scherno. Quale donna, simpatizzava con tutte le mogli, i cui mariti si erano imbarcati in torride relazioni extraconiugali. Quale dottore specializzato in malattie veneree, era solita punire mariti fedifraghi e fidanzati infedeli, indipendentemente dal fatto che il paziente fosse realmente malato o no. Un semplice indizio di malattia venerea era sufficiente alla dottoressa per immaginare il peggior scenario possibile, sifilide, e per prendere le necessarie misure precauzionali.
        “Cosa?”.
        “Passaporto, pozhalusta”, ripete’.
        “Oh, capito”. Jack prese il passaporto. Per smorzare la tensione, provo’una vecchia battuta,”cosa dice, dottore? Sopravvivero’?”. La dottoressa non fece una piega. Prese ad esaminare con attenzione la fotografia sul passaporto di Jack, la confronto’col suo volto da folle e si avvicino’ al telefono. A causa della barriera linguistica, Jack penso’che la dottoressa stesse chiamando un interprete.
        “Ein moment”. La dottoressa si rivolse a Jack in tedesco, ma quantomeno si sforzava di comunicare con lui. Jack sorrise e si tiro’su i pantaloni, incoraggiato dal cambiamento positivo nell’atteggiamento della dottoressa. Alcuni minuti dopo, due uomini in camice bianco entrarono nello studio. Afferrarono rudemente Jack per le braccia e lo trascinarono fuori.
         “Lasciatemi andare!” urlo’Jack. “Sono un cittadino americano!”. I due energumeni non vi prestarono attenzione. Trascinarono con facilita’ Jack oltre le persone sedute sulla panca, verso le doppie porte bianche al fondo del corridoio fiocamente illuminato. Per miracolo, Jack vide Igor, che stava rientrando dopo aver fumato una sigaretta. In un ultimo sforzo per cercare di sfuggire da tale manicomio, Jack urlo’a pieni polmoni, “Igor, aiutami, per Dio!”.
        La voce terrorizzata di Jack rimbombo’ per il corridoio. In risposta, Igor sollevo’sconsolato le mani in alto, come per dire, che posso fare ora?
        “E’ un errore!” furono le sue ultime parole prima che le grosse porte bianche si richiudessero dietro di lui.